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Talento e capacità di sintesi, analisi profonda dei personaggi che schizzano fuori dalle pagine. Anche le figure marginali, a volte, sembrano rubare la scena ai protagonisti. Un esempio, “La bambina della pioggia”(Delos Digital): fino all’ultima pagina davanti a me danzava lei, Aida, e il racconto scorreva veloce verso l’epilogo, senza ostacoli, grazie alla narrazione agile di Diego Di Dio, giovane rivelazione noir, pluripremiato autore di Fore Morra (Fanucci 2017) al quale ho posto tre domande e…

  1. Scrivere è un mestiere bellissimo che esula dalla fama, dalla vetrina del successo: è la parte più bella di noi che si esterna, che viene fissata su fogli che sanno di eternità. Lo scrittore al giorno d’oggi, nella situazione in cui pochi leggono e molti scrivono.

Hai detto bene. Non ho mai concepito la scrittura come un mezzo per conseguire un successo, economico o di altra natura. Ho scritto sempre, sin da bambino. Scrivere mi fa stare bene, mi mette in pace con il mondo. Se poi quello che scrivi piace, tanto meglio. Se ti pagano per farlo, ancora meglio; ma non dev’essere quello il motore della scrittura. Sai, spesso ho sentito dire che oggi tutti scrivono e pochi leggono; forse è vero, consultando i dati, ma per me resta assurdo: uno scrittore, prima di essere tale, dovrebbe essere un lettore. È l’amore per la letteratura che dovrebbe muovere la passione per la scrittura, quindi non capisco come si possa aspirare a scrivere senza leggere molto.

  1. Un romanzo è un lungo racconto. Un racconto è una lunga poesia: a prescindere dalla struttura, quanto c’è di vero in questa affermazione, secondo te?

Francamente? Niente. Un romanzo non è il fratello maggiore del racconto, così come il racconto non è il fratello minore del romanzo né maggiore della poesia. Come ci insegna la storia della letteratura (King, Carver ecc.) romanzo, racconto e poesia sono tre linguaggi diversi, tre forme d’arte differenti.

  1. Ti immedesimi nelle donne, usi la prima persona, scrivi vari generi. Un terreno che non hai ancora calpestato e che ti piacerebbe?

Mi piacerebbe sceneggiare fumetti. Sai, ho studiato un po’ il fumetto, e da sempre ne sono un accanito lettore – a parte i supereroi della Marvel e della Dc, leggo spesso i fumetti della Bonelli, come Dylan Dog, Brendon, Julia ecc. Mi piacerebbe esordire con un graphic novel scritto da me, e disegnato da un professionista che abbia uno stile grafico compatibile con le mie storie.

 

EGHH

A che ora.

“Che rapporto ha con la morte”?

“In che senso”?

“Come la percepisce. Che sensazione le dà oggi”.

  L’uomo ci pensò un po’ su.

“Anni fa persi un’amica a causa di una malattia devastante. Per i sedici anni successivi, fino a due anni fa, la sentivo, le parlavo, andavo a trovarla. Al cimitero trovavo pace. Una calma interiore, quiete. Serenità, e paura.  Avevo promesso che avrei lavorato studiato e fatto anche per lei tutto quello che ormai la mia amica non poteva più fare.  Quando è morta aveva ventisei anni. Un po’ troppo presto per lasciare questo mondo ma capisco che c’è di peggio- dicono – anche se non so su quali parametri si basi questo “peggio”.

Ultimamente credo che le cose siano cambiate. Vedo molte situazioni con più distacco, morte compresa. Recentemente ho troncato un rapporto di strana amicizia che durava da quasi trent’anni. Come se non fosse mai esistito. Era inutile dannoso e falso. Ecco, vedo tutto così: se è inutile non mi serve, se mi serve sarà utile. Sono diventato più o meno cinico o forse solo settoriale e meno propenso a perdere tempo. Ciononostante, alcune situazioni ancora riescono a ferirmi. Non so spiegare in che strano limbo io mi trovi. Ma vorrei capirlo”.

“Ha subìto stress emotivi forti negli ultimi mesi?”

“Si. Molto forti.”

“Me li vuole raccontare?”

“No.”

“Come posso aiutarla se non mi dice nulla di lei?”

“Non lo so.”

Pausa. L’uomo guardò il terapeuta: era bonario, gigantesco, professionale. Infondeva fiducia. Ma  lui non riusciva a sbloccarsi. Dopo un paio di sospiri disse “Possiamo rivederci la prossima settimana? Ora non mi sento in grado di parlare”.

“Va bene.  Venerdì stessa ora?”

“ Si .”

Un biglietto da visita, un appuntamento fissato. In ogni caso un impegno lo aveva, adesso.

 

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Transenne, testo e acquerelli di Emanuela Guttoriello

 

 

 

 

 

 

 

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Lei.

«Ti offro un caffè.»
Erano anni che non sedevano assieme come due vecchie amiche a parlare di tutto e di niente. Musica pittura libri, vestiti e scarpe. Colori che scaturivano dal grigio dell’anima che riemergeva a fatica, a spasso con le borse sotto gli occhi, agitata dal gesticolare lento delle mani. Paura di rompere i silenzi di cristallo tra di loro. Timore di spezzare catene d’amore che restano salde a legarsi con mille cuori desolati; punte di risentimento gratuite, anche, sebbene ormai non servissero più. Lei inghiottita dal buio profondo, abbracciata stretta dalle spire del demonio. Era morta così, senz’altro aggiungere o togliere alla vita tristissima che non riusciva a domare.
Il caffè era finito, le due donne ne ordinarono un altro, nessuna delle due toccò l’argomento “lei”. Dal fondo della tazzina la madre intravvide un profilo, un gioco di luci, un riflesso argentato. “LEI”?

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Transenne, micro racconti e acquerelli di Emanuela Guttoriello copyright Patamu

 

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HO LA VAGINA PECTORIS ( chi lo ricorda?) 😂😂😂

In questo clima teso e incerto,  vorrei provare  con il vostro aiuto a sdrammatizzare la situazione senza sminuire la necessità dell’osservanza delle regole e delle leggi. Con cadenza imprecisata posterò una o due foto al giorno di

 

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In lettura gratuita alcuni racconti tratti dal mio libro “Il nemico nascosto”, disponibile in ebook, cartaceo e… anche in lingua russa.

 

 

RASHID (Il tuo sole non è lo stesso che ho visto io)                        

Notte insonne nel buio del tunnel dei mille perché. Sguardo indietro, troppo indietro nel tempo. Giocose grida di bambini fuori, nel cortile. Risate, corse. Lancio della palla, moscacieca. Le mie bambole, poche. Siamo poveri. Il mio piccolo altare, i quaderni di scuola. La mia stanzetta spoglia. Ho dieci anni e sto disegnando un pesce giallo e rosso. Papà entra, un amico, mi dice, vuole vedere il mio disegno: pochi secondi e vanno via. Continuo a giocare con la

 

 mia fantasia e con il pesce colorato. Scuola, amici, risate, grida gioiose, il cortile. C’è tanto sole fuori, c’è tanta vita fuori; e dentro.

Lo stesso sole due mesi dopo. Le risate, le grida, la scuola, non ci sono più. Un altro cortile, un altro tipo di gioia. L’amico di papà oggi è diventato mio marito. Dovrebbe essere un sacramento, ma noi non abbiamo sacramenti, qui. Nel mio paese non è rimasto nulla di veramente sacro: e io sono soltanto una delle innumerevoli spose-bambine, senza più una lacrima, pallida e spaventata mentre in realtà piango al solo pensiero che lui si avvicini e mi tocchi. Sento tante, tantissime storie di mie compagne di giochi che muoiono a pochi mesi dal matrimonio se sono fortunate e non succede la prima notte…hanno sposato uomini di troppi decenni più grandi di loro. Vecchi pervertiti, perlopiù. La pedofilia è un crimine contro l’umanità, ma nessuno lo applica, nessuno lo denuncia. Perché l’umanità di umano non possiede più nulla. Continuo a tremare, ho paura, il giorno del mio matrimonio. Mi distraggo pensando alla scuola e a tutti i pesci che ho disegnato. Tremo, tremo, tremo. Mi farà male? Morirò anch’io?     

Ieri ho compiuto 21 anni. Undici anni fa sposavo un perfetto sconosciuto che mi dava i brividi, un estraneo dal quale rifuggivo, con la mente, ogni contatto. Non potevo sapere, allora, io bambina attonita e scioccata, che quell’uomo di soli quindici anni più grande di me mi avrebbe salvato la vita, il corpo, la mente. E non solo a me.

 

 

Siamo tornati a casa dopo la festa di matrimonio. Stanca, voglio dormire. Ho paura e non voglio dormire. Non mi togliere il vestito. Tremo, non lo vedi? Non mi toccare. Non posso urlare. Rashid si avvicina. Passa due dita sulla mia guancia. Apre una porta, mi tende la mano. Non voglio, mi blocco. Mi sento di pietra. Lui continua a porgermi la mano. Niente, non riesco. Si avvicina, mi prende quasi di peso. La porta si chiude alle mie spalle: e mi accorgo di essere sola, in una stanza…dedicata completamente ad una bambina, alcune bambole, un piccolo armadio con dei vestiti nuovi, una scrivania, libri fogli colori e persino i miei pesci! Nonostante tutto, continuo a non capire.  

  Sento bussare. Rashid. Mi porta il regalo per il mio compleanno. Ieri era fuori città per lavoro. Oggi che sono un po’ viziata all’occidentale, il regalo per me è un paio di jeans di marca. Mi vesto così per andare all’Università. Studio Giurisprudenza con l’obiettivo di specializzarmi in  Diritto Internazionale. Un giorno il diritto sarà compreso dal mondo nella sua interezza, questa parola astratta riacquisterà la sua proprietà completa.

 Bussano, è Rashid. Si, la stanza mi piace. Si, parliamo. Non ti toccherò -mi dice – tu devi andare a scuola, devi studiare, ma non qui. Avrai il tuo insegnante privato a casa. Una moglie non va a scuola. Tra un anno andremo in Europa e le cose cambieranno, per te e per me. Voglio crederci. Se non mi avesse salvata lui sposandomi, chissà che sorte mi sarebbe toccata. La povertà è una pessima compagna di vita. Non voglio giudicare mio padre fino in fondo. Forse anche lui ha scelto, prima di me, la salvezza per la mia famiglia e per il mio destino.

 

  La Fondazione di Rashid cresce ogni giorno di più. Siamo, in Occidente, tra i punti d’appoggio più importanti ed efficaci a livello logistico. Questo era il sogno di mio marito quando siamo venuti in Europa. Oggi si è avverato in parte, ma è già moltissimo. Sono stata felice il giorno in cui anche la mia famiglia è arrivata qui, papà mi ha raccontato cose che non sapevo, ha aperto la sua anima così ho potuto comprendere, del mio popolo e del mio paese, un’infinità di particolari che ignoravo, ho riscoperto le nostre radici, usi e costumi, la bellezza delle tradizioni ed una mentalità fortemente arretrata sotto numerosi aspetti.

Noi continueremo a lavorare per i diritti dei minori, per le bambine che, come me all’epoca dei fatti e a tutt’oggi, sono costrette a violare la propria purezza, a infrangere la propria infanzia. Se esistesse il demonio, crederci giustificherebbe tutte le atrocità dell’essere umano; ma non riesco a pensare che le azioni squilibrate perpetrate dall’uomo siano opera del maligno, e non mi illudo davvero che gli uomini un giorno smetteranno di uccidersi tra di loro.

21 Maggio 2004

 

 

Un piccolo momento

È bastato al mio pensiero

Per volare via da qui

Rincorrere tra il vento

Carezze che mi mancano.

                                                            SCHEGGE

Quando Londra si risollevò dalle esplosioni causate dalla Guerra del Golfo appena conclusasi, era il 1991.

 Il rigore inglese volle che la città riemergesse dalle ceneri del proprio danneggiamento molto più in fretta che l’Araba Fenice. Anziché attendere cinquecento anni, nel giro di pochi mesi eccola tornata agli antichi splendori per volere di Regno e Governo,  ancora una volta agibile; riecco Victoria Station rivestita con una profusione di marmi e colonne e ringhiere di alluminio satinato, le vetrine scintillanti di luci e di merci delicate preziose o a buon mercato. Tornavano al lavoro i venditori di kebab; i pr delle discoteche, distribuendo volantini per Piccadilly Circus, nell’angolo del quale un contrabbasso girevole pareva di carta tra le mani del suo musicista. E riemergeva, Londra, in quell’ottobre freddo e rosso di un autunno presago di neve, e si fondeva con le note jazz di Soho. Ti incantava, Londra: gli scoiattoli, i cigni, le oche nei parchi, ti esasperava col cambio della Guardia, ti rimetteva a posto con il suo rigor legale, ti calpestava ma non ti annoiava mai. Potevi passare ore a guardarla, lei non si stancava. Per le strade camminare era sempre un piacere estremo; dovevi vedere e curiosare su  tutto, dai mercatini alle fiere, al carnevale estivo, per avere la cognizione di tutto il modus vivendi inglese: del quale non approvavi la freddezza, magari, ma alla fine percorrevi la tua strada e tutto finiva lì.

Quell’anno di rinascita e di morte, anche (quando Freddie Mercury non fu più), ero lì per studiare. O per fuggire dal dolore per la perdita di una persona cara; ma cosa fossi venuto a studiare non lo so. Forse la tua lingua madre, forse l’Università, forse sapevo che ti avrei incontrata; sicuramente sentivo che saresti stata un guaio; perché ti avevo amata subito, e tu no. Ma dicevi di sì. Perché così ti era comodo, aggrapparti a me ed io a farti da ancora, e tu ti aggrappasti più forte e mi trascinasti giù con te.  All’inizio furono i tuoi occhi a colpirmi: erano grandi, ridenti ed espressivi, e un velo di malinconia a fare da sfondo. Non mi ero accorto che quello sfondo per te, e per me, sarebbe stato l’unico scenario di quella fragile storia d’amore e disperazione, fatta di domande mai ascoltate, di echi di noi, di baratri via via più insormontabili. Ti aspettavo i pomeriggi all’uscita dal lavoro: Ricordo che puzzavamo di hamburger e che cambiati gli abiti andavamo insieme verso la nostra Euston: era bello andare a lezione nei giorni comuni. Saresti diventata Ingegnere Elettronico: che scelta inusuale per una ragazza (ti prendevo molto in giro), ma tu avevi visto giusto, eri molto più lungimirante di me per certe cose. Per altre, nemmeno i segnali di fumo ti avrebbero scossa; una sera volli andare a tutti i costi a vedere un nuovo appartamento: Whitehorse, vicino alla nostra Piccadilly. Ricordo che di fronte a noi si estendeva St. James’s Park e Buckingham Palace con i suoi ori che a quell’ora, quasi il tramonto, splendeva di mille bagliori. Ti scattai molte foto quel pomeriggio in quel parco. Portavi il mio borsalino nero, buffo su di te, ma eri incantevole. Ti amavo, diamine. Se ti amavo. Poi eravamo andati in quel flat di Whitehorse. Si passava sotto un arco di pietra, ricordo, e subito, su un pavimento di asfalto lucido, un paesino da fiaba, in miniatura, si presentò ai nostri occhi. C’erano un paio di lampioni che davano luce alla piccola piazzetta; un negozio di parrucchiere che tu avevi voluto testare (ricordo il ragazzo che ti pettinava quell’unica ciocca, come ridevate); una piccola farmacia ed un piccolo negozio di scarpe. E noi sembravamo due Gulliver, in quel posto a misura di bambino. Anche l’appartamento sembrava lillipuziano. Ma era colpa dell’effetto ottico degli esterni a darci questa illusione. E il flat, lo prendemmo. Perché era giusto per noi e perché ti innamorasti delle pentole che erano nell’angolo cottura. E come cuoca eri un disastro, una frana. Riuscivi a far attaccare le frittate anche nelle padelle antiaderenti, ne avevo acquistate un paio, le bruciasti entrambe. Ti amavo. Tu fingevi. Anche quando carbonizzavi le uova e le padelle, tu fingevi.  Il boss ti chiamava un po’ troppo spesso, quel periodo, nel suo ufficio. Io non ti vedevo, non seguivo il tuo lavoro. Pensai, i primi giorni, che ti facesse grandi lavate di capo perché forse usavi troppo olio nella friggitrice, tutti ci sbagliavamo lì. Poi tu mi avevi confermato che ti riprendeva per questioni di lavoro; ma sentivo che urlava un po’ troppo: con voce strozzata, cercava di dominarsi quando gli insulti non era più possibile contenere. Io non potevo intervenire. Ti chiedevo spiegazioni a casa, ma tu sviavi le mie domande. E la cosa era finita lì. Quell’ultimo anno fu durissimo per entrambi. Di quei mesi precedenti le nostre rispettive lauree, ricordo solo che ci alzavamo a turno per preparare litri di caffè inglese, e che puntualmente ci addormentavamo dove e come capitava; chi sul tavolo, chi sul divano, a volte sul pavimento. Una volta ti trovai addormentata nella vasca, perché volevi un bagno rilassante prima di andare a letto. Mi veniva da ridere mentre ti svegliavo e tu non capivi dov’eri, e bevesti un bel po’ di acqua saponata  prima di realizzare cosa stava succedendo. Ti avevo messa a letto dopo averti asciugata con cura. Nemmeno te ne accorgesti: della mia presenza accanto a te, che quasi completamente vestito ti abbracciai forte, e così il mattino dopo ti avevo ritrovata viva e mia. Eravamo usciti a fare quattro passi, che divennero un lungo giro; tu impastata di sonno, ma serena. Io spettinato come non mai. A Victoria Station, da Ryman facemmo provvista di cancelleria. Tu mi avevi pettinato con le dita ed eravamo saliti al Victoria Cafè mangiando di tutto. Il commesso ci aveva guardato i vassoi. Il mio con tre enormi tazze di cappuccino e il tuo con quegli immensi danesi all’uvetta e cannella che ti riempivano il piatto. Ne avevamo presi due, ma poi avremmo dovuto mandarli giù. E tre tazze di caffelatte, o cosa fosse, mi sembrarono in quel momento l’unica cosa decente da ingollare. L’unica cosa possibile. L’unica bevanda plausibile.

   Ci eravamo laureati bene. Anche la festa era riuscita bene. Dove avevamo conosciuto quella gente? Che pub era? Ricordo solo che era estate. No, era settembre, ma ancora caldo, avevamo indosso abiti leggeri. Quanto eravamo ubriachi solo Dio poteva saperlo: e il proprietario del pub che ci serviva birra e vino come fossero acqua minerale; forse da qualche parte avremmo trovato anche quella: sarebbe stato sufficiente un attimo.

   Verso l’una qualcuno ci aveva portati a casa. Un taxi, si. Ma dovevano averci scaraventati sul divano ed essersela svignata. Tu avevi due occhi pesti da far paura. Ma io non dovevo essere da meno. Avevo fatto una doccia fredda, preparato il caffè. Forte. Ti avevo chiamata. Forte. Ma tu non mi avevi risposto. Allora ti avevo scrollata. Non ti eri mossa. Allora avevo intuito. Gli occhi. Il polso. Il tuo battito. Allora avevo capito.

   L’ambulanza ti aveva portata di corsa al St. Thomas’s Hospital. Sentivo solo la sirena: il Big Ben, la strada, Londra, quella notte per me niente ebbe più un suono.  

La sala d’attesa faceva schifo, anche se confortevole. Tutto lì mi faceva schifo. Per un secondo me ne facesti anche tu. Poi odiai me stesso. Chi ti dava quella roba? Noi due pagavamo un affitto. E con tutto quell’alcool, poi.  Un miracolo non ti aveva mandata in coma. Un miracolo in pochi giorni ti permise di tornare a casa con me. Non mi ero sentito di porti subito mille domande. Il boss strillava troppo? Certo.  Forse ti aveva scoperta, forse ti forniva lui? Oppure quel tizio dell’Università? Come lo chiamavano? Chi ti aveva dato quella roba non mi interessava molto; la polizia stava indagando: nonostante il tuo silenzio lo avrebbero trovato.

   Ma io avevo avuto un tonfo al cuore. Giù, in fondo. Tu, da quanto tempo bevevi, da quanto tempo ti sobbarcavi pesi che non mi reputavi degno di condividere. Il tasso alcolico nel tuo sangue, quella notte, non era lo stesso che avevo io. Avevamo bevuto solo birra e vino, tutti noi, e già così…tu, aveva confermato il medico, avevi quasi superato il livello di guardia che solo un mix di superalcolici poteva dare, più quella roba: l’alcool nel tuo sangue era tale da spaventare un pachiderma; da ucciderlo. Ed io non vedevo nulla. Solo, nella mente, i tuoi grandi occhi. Lucidi e malinconici, come quando ti avevo vista la prima volta. Ero stato percorso da un brivido. Un presentimento che ora saprei dire. Ma allora aveva già iniziato a corrodermi.

Ti eri ripresa piuttosto bene e in fretta. Eri forte. Avevi cominciato a lavorare per una società elettronica nei pressi di Tottenham Court Road, che tra l’altro era uno dei nostri posti preferiti, così pieno di elettronica e di transistor. Tu sembravi rinata. Mi avevi solo guardato, mi avevi detto “basta con quella roba” e io tra l’incredulo e il titubante avevo deciso di darti un’altra chance. E andavamo avanti così: tu ai tuoi giochi elettronici, io al mio posto di assistente universitario in lingua inglese. Mi sembrava così buffo fare carriera in una lingua che non mi apparteneva per nascita. Ma lo avevo studiato come un pazzo il tuo idioma. Avevo amato il tuo paese come un suddito fedelissimo ama la Patria per cui dà la vita prima o poi. E tu, e la tua terra, come misteriose alleate potenze, come ragnatele dalla trama invisibile, cospiravate contro di me per distruggermi piano, inesorabilmente.  Quand’è che ti trovai in quello stato di penosa esaltazione, in quel vortice di cazzate che sputavi fuori a raffica ridendo come una folle perché ti si era rovesciata una birra sul tappeto? Eravamo ancora lì, a Whitehorse. A volte ancora mi soffermavo nella piazzetta ripensando a quando tre anni prima avevamo mosso le nostre anime all’unisono e l’avevamo fatto nostro, quel piccolo paesino, presepe minuscolo, angolo silenzioso. Ti avevo lasciata la mattina, “andrò a lavorare più tardi” avevi detto. Invece eccoti lì. Arruffata, sporca e bagnata di birra. E tre quarti di alcool in mano. Una canna arrotolata e finita nella spumetta maltata era ormai inutilizzabile. E il puzzo di alcool e birra, quel dolceamaro sapore di “maria” nell’aria. Avevo creduto di svenire. Tu lì. Io altrove, a guardarmi da fuori, l’espressione attonita di chi non sa, non vuole vedere e ancora, in quella pozzanghera di desolazione e lacrime sul tappeto, non sa che cazzo di decisione prendere. Era stato sotto lo stress degli ultimi esami che ti eri attaccata all’alcool. Alla droga leggera (fumo pesante lo chiamavi) eri abituata. Da quanto, ti avevo chiesto. Io e te queste cose non le facevamo mai. Mi fregavi sotto gli occhi. Eravamo così stanchi; io ero stanco e pure cieco. Ma queste cose non le conoscevo, non sapevo le avvisaglie da tenere d’occhio. Mi fidavo. E ti amavo. Ora dovevo fidarmi di te ancora e tu dovevi smettere di fingere di amarmi, perché dovevamo assolutamente curarti. E tirarti fuori da tutta quella merda. Il calvario era appena cominciato. L’Università aveva espulso quello stronzetto del secondo anno; poi le denunce, che mi fregava di lui. Il boss ti aveva beccata e ti spronava forse a smettere. Lui sì che aveva capito, o era qualcos’altro? Non rendevi bene sul lavoro quando smaltivi quelle porcherie? Cosa accadeva, cercavo di ricomporre i pezzi. Tu ed io quando non eravamo insieme, dove ti rimpinzavi di fumo e di alcool, perché non sentivo la puzza di quel giorno addosso a te; lo facevi prima del lavoro? Era un vizio sporadico? No…Scappavi dall’Università per startene all’aria aperta? Perché non ti volevo vedere, perché non ti ho mai guardata a fondo?  Volevo davvero che tu fossi me, o solo più semplicemente tu eri un’abile mistificatrice? Stavo percorrendo il corridoio della corsia nella clinica che tuo padre ti aveva gentilmente pagato. Bella occasione per conoscerlo. Avevo capito che c’era dell’attrito tra di voi quando tu sviavi i discorsi sulla tua famiglia; ma che se ne fregasse di te a tal punto mi fece stare quasi male. Tua madre no. Lei mi era simpatica. Ma non aveva volontà sua, mi sembrò. E tua sorella. Lei se ne era lavate le mani del loro divorzio, andava avanti con la sua vita, era “normale”. Perché tu invece eri crollata? Cercavamo di capirti, ma ogni volta facevamo immense voragini-non buchi- nell’acqua torbida della tua triste vita.

   Qualcuno mi stava scuotendo. Mi svegliai. Tua madre sorridendo mi porgeva qualcosa da mangiare. Tuo padre stava sfanculando da qualche parte, mi disse. Mi piaceva perché ti somigliava, tua madre. Chissà perché ebbi voglia di chiederle se sapeva cucinare le uova.  Si accomodò vicino a me; dentro, ti avevano messo fleboclisi disintossicanti e ti avevano cambiato le lenzuola. Poi eravamo entrati. Ti avevo trovata bene, sorridente e serena. Mi avevi salutato come se nulla fosse accaduto e ci avevi raccontato delle terapie di gruppo, dello psicologo così allegro, del cibo, delle infermiere simpatiche e di tuo padre un po’ altero con tutti. Tua madre aveva alzato gli occhi al cielo ed eravate scoppiate a ridere. Gran donna tua madre; mi era sembrata un po’ invertebrata la prima volta: ma quando si congedò mentendo come Pinocchio, finalmente tu non avesti più scampo, e lei mi si rivelò una donna coi giusti attributi.  Non ti vedevo da giorni. Eri un po’ smagrita, molto smarrita, ma gli occhi erano lucidi. Ora cominciavo a distinguere la lucidità del tuo sguardo. Ti stavi ripulendo, e quelle erano lacrime che non volevi, non erano pupille dilatate dai veleni. Qualche lacrima era fuoriuscita; poi, un fiume. Avevi pianto tanto chiedendomi di perdonarti. Mi avevi assicurato che non avevo colpa alcuna: e mi avevi preso una mano –poi anche l’altra – e finalmente avevi guardato la mia faccia: quasi un colpo di grazia annunciato, mi chiedevi una lunga pausa. Oppure un impegno costante. Potevo lasciarti lì. O morire con te aiutandoti a risalire una china un po’ troppo viscida; ma non me ne ero ancora accorto. E al momento ti dissi di sì.  Volevo starti accanto e tenerti per mano. Mi illudevo che insieme avremmo vinto la tua personale battaglia, mentre tu volevi solo un secchio in cui gettare la tua spazzatura, il sudiciume che ti ricopriva l’anima, per poi ricominciare a nutrirti delle stesse scorie. Ma questo io non potevo prevederlo.

Erano due settimane che riciondolavi per casa. Lavoravi al tuo portatile, poi andavi in ufficio qualche ora il pomeriggio, tornavi a casa con qualche progetto nuovo, lo studiavi. Finivi il lavoro arretrato, la mattina. Mi piaceva questo tuo rigore, questo voler riprendere le redini della tua vita. Mi piaceva potermi fidare di nuovo: ma non riuscivo più a toccarti. Né tu mi incoraggiavi.  Per me sarebbe stato un oltraggio nei tuoi confronti forzare la mano, non sapevo se potesse essere più utile cercarti o lasciarti capire che non ti volevo  più come prima. Che non ti volevo più. Da parte tua, nessun segnale mi sbloccava da quella situazione. Io ero il tuo domatore, tu la tigre selvatica. Dovevo addomesticarti e non potevo abbassare la guardia, non volevo soccombere.

Erano passati altri tre mesi. Mi era sembrato che stessi migliorando davvero: avevi un colorito più vivo, gli occhi più luminosi. Avevi tagliato i capelli; fuori la primavera (“London in bloom” dicevano i cartelli) esplodeva di colori e profumi. Londra bella come non mai si rinnovava, perdeva un po’ il suo tono austero, sotto l’effetto di quel contagioso rinnovamento che tangibile nell’aria pareva insinuarsi fin nei muri dei palazzi in stile neoclassico, pareva perforare le statue di bronzo, e persino l’Ammiraglio Nelson dalla cima del suo monumento in Trafalgar Square sembrava volersi tuffare in quel mare verde e giallo di narcisi giganti, guardato a vista dai suoi quattro vigilissimi leoni da guardia.

   Una sera eravamo ospiti di alcuni vicini di casa; tu non avevi toccato un goccio, pasteggiando. La serata si era conclusa piuttosto bene e volgeva al termine in tutta tranquillità. Ma la padrona di casa, Mary-Ann, con molto garbo ci invitò ad un dopocena per il giorno dopo. Mèta: il pub dietro casa, appena rilevato da alcuni suoi amici e pronto per l’inaugurazione della sera seguente, appunto.

   Nello stesso momento le nostre voci si unirono o forse si sovrapposero: la tua che accettava; la mia che, ripensandoci, probabilmente si era appena sentita, così imbarazzata, annichilita e così infinitamente preoccupata. O forse avevo sognato, la mia voce in quella faccenda non era mai realmente uscita.

   “Don’t worry, darling, I’ll take care”. Così mi dicevi mentre ti preparavi. Mentre ti truccavi e pettinavi; era tutto il giorno che sentivo ripetere quella frase. Mi ero un po’ scocciato. Non volevo venire. Non so perché qualcosa in te mi turbava profondamente. Non sapevo cosa; un riflesso dei tuoi capelli, la luce al neon che ti proiettava sul viso un’ombra un po’ birbante, l’aria infantile che avevi in quel periodo, come di bambina che sa di non dover toccare la marmellata perché fa male alla pancia. Non volevo venire. Ma non potevo più rifiutare, ormai.

     Arrivammo a piedi, un po’ d’aria pulita mi fece bene. Mi aveva migliorato l’umore. Dentro, il caos. Fumo di sigarette e fumi di birra ed alcolici ci investirono in pieno appena varcata la soglia. Che errore madornale. Mary-Ann ci venne incontro, ci presentò i suoi amici e ci mise in mano due birre; una pinta a testa, illustrandoci il funzionamento di tutto il pub nel tempo che occorre a Speedy Gonzales per fare il giro del Messico. Era un po’ brilla, Mary-Ann.

   Mary-Ann, che mi fece l’effetto di un flash-back. Tu, il tappeto, la puzza insostenibile, ancora tu sul tappeto, io due volte idiota ma stavolta a fissarmi dentro da dentro, non distaccato, disgustosamente presente. Mi avevi fissato. Sembravi fatta di acqua e spuma e fumo in quel momento. Il riflesso dei tuoi capelli, la marmellata non si tocca, ti fa male…e la pinta era passata sulle tue labbra come il bacio freddo e velenoso del diavolo.

Ricordo di essere uscito. Mi girava la testa, e lo stomaco non esisteva più. Un secondo lungo un anno-luce. Eri di nuovo persa. Mi sfidavi. Mi beffeggiavi. Ero rientrato. Per schiaffeggiarti. E nel giro di un tempo infinito e brevissimo, tu scagliasti un whisky contro un tipo che ti aveva palpata; io che avevo preso le tue difese. Anche un pugno. Poi ti avevo spinta lontano da quel caos ma tu ridevi e continuavi a bere e tirare liquidi in aria.

 Ci buttarono fuori; ti avventasti contro quell’ubriaco che mi aveva fatto l’occhio nero e ti aveva palpata. Qualcuno ti aveva divisa da lui. Che schifo.  Ti avevo raggiunta e afferrata per un polso. Quello continuava. Gli avevo restituito il pugno. La polizia. Eravamo scappati tutti.  Non ho mai saputo che strada porta a Whitehorse quando sei nel panico. Ma solo un angelo custode ci impedì, quella sera, di farci arrestare. Eri completamente ubriaca. Ero completamente furioso. Senza più pietà né pensieri puri, ti presi a strattonate e ti buttai vestita sotto la doccia fredda. Cercasti di reagire. E la mia mano ti colpì in viso. Due, tre volte. Ancora doccia fredda. Chiusi l’acqua, ti gettai una salvietta. Preparai un caffè forte. Preparai anche le valigie quella notte. Ti lasciai al tuo destino mentre spuntavi dall’accappatoio pallida e stravolta, livida e bugiarda.

 

 

 

Goya sta alla corrida come Degas sta alla danza classica. Infiniti disegni dalla tecnica impeccabile rappresentanti scene cruente di toreri assaltando tori, mai viceversa. Sanguinario scenario a volte allegorico, altre volte ironico, ma sempre crudo, e paradossalmente magnifico.

 

 

Francisco Goya fu testimone della guerra di indipendenza spagnola dai francesi come Picasso lo fu della guerra civile e della dittatura franchista. Entrambi, lo stesso trait d’union, la stessa vena critica lo stesso occhio puntato sulla decadenza, triste, dell’essere umano, triste quando distrugge, perchè distrugge. Un passo indietro  e uno avanti ma al rallentatore, una moviola esasperata sulla società di allora e di oggi, constatazione della mancata alternativa alla costruzione di diversi contenuti: il tutto rappresentato da disegni allegorici sulla situazione politica dell’epoca, alcuni perfetti per la “fotografia” di Bulgakov, scene incredibili che scandagliano  il lato più disgustoso dell’essere umano corrotto e senza scrupoli, ridotto ormai a una larva senz’anima.

 

I disegni, le acqueforti, i dipinti e l’incoscienza di un grandissimo, meraviglioso occhio sovrumano, quello di Goya, a Saragozza, nel Museo a lui dedicato.

EGHH